VOGUE ITALIA

INTERVISTA A SOPHIE HICKS

Words by Sennait Ghebreab. Photography by Adrian Gaut, Alasdair McLellan, Hong Kiwoong and Shin Hyo Geun. June 2026

E se le scale fossero il nuovo simbolo del retail? Intervista a Sophie Hicks su come si ridisegna lo shopping

Da collegamento a icona architettonica, la scala assume un ruolo centrale nei negozi del futuro. Sophie Hicks la utilizza come strumento di racconto, trasformando gli store in esperienze. Ne è un esempio il recente flagship store di Max Mara, a Parigi

 

Sophie Hicks, intervista all’architetta sul futuro del retail: e se la scala fosse il nuovo strumento per ridisegnare lo shopping?

In un momento storico in cui l’e-commerce domina il panorama della moda, il ruolo degli store fisici si ridefinisce profondamente. Non più semplici luoghi di vendita, ma spazi di esperienza, ambienti narrativi capaci di costruire relazione e memoria. La boutique contemporanea diventa teatro, contenitore emozionale, un’estensione tangibile del DNA di un brand. È proprio su questo confine, tra reale e virtuale, tra esperienza e transazione, che si inserisce il lavoro di Sophie Hicks, architetta tra le più riconosciute a livello internazionale per il suo lavoro nel retail di lusso. «Non ho ancora visto uno store online capace di comunicare davvero l’atmosfera di un brand. Le persone vogliono essere immerse, vogliono essere attratte in un’esperienza, non solo cercare un prodotto», dice. Il negozio resiste perché offre qualcosa che il digitale ancora non riesce a restituire: presenza, sorpresa, scoperta. Offre un modo concreto in cui entrare, spesso dominato da elementi scenografici e strutturali capaci di catalizzare l’attenzione. Come le scale. Come quella, epr esempio, che proprio Hicks ha costruito nel progettare il nuovo flagship store di Max Mara, in Avenue Montaigne a Parigi. «Uno store fisico può essere incredibile, ma può anche essere completamente morto», osserva Hicks. «Deve avere vita, deve coinvolgere, deve invogliare a restare».

 

Sophie Hicks: dall’editoria alla costruzione dello spazio

Prima di diventare una delle architette più influenti nel mondo del retail, Sophie Hicks ha costruito la sua carriera nella moda. Editor per Vogue, Harper’s e Tatler ha osservato da vicino l’evoluzione del linguaggio visivo fashion prima di scegliere di “costruire” invece che “interpretare”. «Quando lavori come fashion editor, stai creando immagini con i lavori degli altri. Io volevo creare qualcosa di mio», racconta. Questa consapevolezza, unita alla percezione ciclica della moda, è stata determinante: «Avevo 26 anni e vedevo già la moda ripetersi. Ho pensato: è assurdo, voglio qualcosa di diverso». L’interesse per l’architettura nasce dalla volontà di ampliare il significato dell’estetica, attribuendole una dimensione più duratura, più abitabile, capace di incidere sulla vita quotidiana delle persone. Il passaggio all’architettura non è stato solo una scelta professionale, ma una dichiarazione d’intenti: costruire spazi che raccontano, ambienti in cui materia, luce e memoria si intrecciano per generare esperienze autentiche.

Max Mara Avenue Montaigne: la scala come identità iconica del negozio

Il progetto del nuovo flagship Max Mara su Avenue Montaigne a Parigi rappresenta uno degli interventi più significativi nel percorso di reinterpretazione dello spazio retail contemporaneo firmato da Sophie Hicks. L’intero edificio, recentemente rinnovato e riaperto dopo un importante lavoro di refurbishment, riaffermando la presenza del brand attraverso un linguaggio architettonico unico. Al centro di questa trasformazione si impone una doppia scala arancione, elemento scenografico e strutturale che non si limita a collegare i piani, ma diventa il vero dispositivo narrativo dello spazio: un segno verticale che guida lo sguardo e costruisce l’identità dell’intero flagship.

L’idea prende forma da un dialogo diretto con Luigi Maramotti, presidente del gruppo Max Mara. «Gli ho chiesto di riassumere in poche parole cosa volesse comunicare. Mi disse: voglio essere eye-catching, voglio essere diverso, voglio attirare l’attenzione», racconta Hicks. In questo contesto, la scala diventa «la risposta progettuale a un insieme di vincoli e possibilità. Per via della legislazione francese sulla struttura degli immobili retail, non avevamo scelta: doveva stare in vetrina, non c’era altro posto». Ma proprio questa limitazione si trasforma in un principio generativo: «Se deve stare lì, allora deve essere incredibilmente forte», racconta Sophie. Ne nasce un gesto architettonico che trasforma la necessità in forma. Il risultato è un oggetto essenziale e spettacolare, dove ogni elemento è ridotto alla sua funzione strutturale. «Non c’è nulla che sia solo decorativo: ogni pezzo è strutturalmente necessario». Visibile dalla strada, essa ridefinisce completamente la percezione del flagship: attraversa verticalmente lo spazio e lo rende immediatamente leggibile dall’esterno. «Da fuori vedi questo elemento arancione salire fino al soffitto. È un magnete». In questa immagine si concentra l’essenza del progetto: un’architettura che non si limita a contenere il prodotto, ma che diventa essa stessa immagine, racconto e attrazione, trasformando il negozio in un dispositivo urbano capace di catturare e trattenere lo sguardo.

 

Uno spazio aperto, un invito all’ingresso

La trasformazione dello store parigino va oltre la presenza della scala. Hicks interviene infatti sull’intera percezione dello spazio, con l’obiettivo di restituire respiro e leggerezza al brand all’interno di un contesto urbano denso e altamente competitivo come Avenue Montaigne. L’architettura non si limita più a contenere il prodotto, ma lo introduce attraverso un sistema di aperture, prospettive e tensioni visive che ridefiniscono completamente l’esperienza di ingresso.

«Prima sembrava uno spazio piccolo, chiuso. Ora abbiamo portato ossigeno. Entri per la scala, poi scopri il resto». È un dispositivo di soglia, un invito che cattura lo sguardo dalla strada e lo conduce progressivamente all’interno, dove lo spazio si apre e cambia registro. Qui l’atmosfera si fa più misurata, sofisticata, più vicina al linguaggio elegante e sofisticato dei capi Max Mara. «Devi dire ‘guardami’ all’inizio, per poi lasciare spazio alla qualità del prodotto», sottolinea Hicks. L’intero progetto si gioca su questo equilibrio preciso tra spettacolarità e discrezione, tra impatto immediato e durata percettiva.

 

Acne Studios Seoul: la tensione tra peso e leggerezza

Un’altra declinazione del linguaggio progettuale di Hicks è visibile nello store Acne Studios a Seoul. Qui il tema centrale è il contrasto: tra pesantezza e leggerezza, tra materia e luce, tra presenza e sospensione. L’intervento costruisce uno spazio in cui le tensioni non vengono risolte, ma mantenute attive, diventando parte dell’esperienza percettiva. «Mi interessa creare tensioni: il pesante e il leggero, il solido e il fluido. Volevo portare una certa ‘svedesità’ a Seoul: un senso di luce diffusa, di spazio, di respiro». Questa idea introduce una qualità ambientale rarefatta, che contrasta con la densità urbana e rafforza la percezione di apertura interna. Da qui la scelta di un volume in cemento che, pur nella sua solidità, viene percepito come sospeso. La materia non appare statica, ma quasi smaterializzata dalla luce e dalle proporzioni, generando una sensazione di equilibrio instabile e controllato allo stesso tempo. Anche la scala diventa ancora una volta un elemento chiave del progetto. «È pesante, ma sembra galleggiare: si solleva di 10 centimetri da terra».

Il progetto con il brand 025S: tra il foul e il fragrant e la scala come elemento di mediazione

Nel progetto per il brand 025S di profumi coreano, Hicks esplora un’altra dimensione: quella olfattiva. Qui lo spazio diventa traduzione fisica della logica del profumo: contrasto tra odori sgradevoli e seducenti. «I profumi funzionano perché combinano il foul e il fragrant. Un pizzico di qualcosa di ‘brutto’ rende il bello ancora più intenso». Questa idea si traduce in architettura attraverso una costruzione esperienziale e una trasformazione progressiva dello spazio. L’ingresso è volutamente grezzo, pensato come un momento di rottura percettiva che introduce il visitatore a un cambio di stato. «È fatto di bitume, gomma, cemento sporco: è volutamente ‘brutto’». Poi, salendo, avviene una trasformazione netta ma graduale, quasi scenografica nella sua semplicità. «Arrivi in uno spazio dreamy, morbido, fluido». La scala accompagna questa transizione come elemento di mediazione, segnando il passaggio tra due registri spaziali opposti ma continui. «Volevo che fosse un flusso lento, come quando annusi un profumo. Non ci sono angoli duri: tutto è morbido, come una scia olfattiva».

 

L’idea di architettura come interpretazione del brand

Il metodo di lavoro di Hicks si fonda su un’idea di architettura come dispositivo interpretativo, strettamente legato all’identità del brand e alla sua evoluzione culturale. Ogni progetto nasce come un processo costruito attraverso ricerca, confronto e una continua negoziazione tra immagine, spazio e narrazione. Non esiste una grammatica predefinita: ogni volta il linguaggio viene ricostruito da zero, a partire da ciò che il brand è e da ciò che vuole comunicare in quel preciso momento. «Non si tratta di me e di ciò che mi piace. Si tratta di chi è il brand», sottolinea. Questa posizione rende l’architetto una figura di mediazione più che di imposizione. Le influenze diventano così fluide e ibride: arte, musica, natura e cultura entrano nel processo progettuale come materiali narrativi, selezionati e rielaborati in funzione del contesto. «Le ispirazioni possono venire da qualsiasi luogo, purché siano coerenti con il messaggio del brand». In questo senso, l’idea di coerenza non è rigida, ma concettuale: ciò che conta non è l’origine dei riferimenti, ma la loro capacità di costruire un racconto credibile e riconoscibile nello spazio.

 

Quale sarà il futuro dei negozi fisici?

Guardando al futuro del retail, Hicks individua un cambiamento strutturale che riguarda non solo la forma dello spazio commerciale, ma la sua stessa necessità. La diffusione dell’e-commerce ha modificato profondamente il ruolo dello store fisico, che non può più essere pensato come una rete estesa e omogenea, ma come una costellazione più rarefatta e selettiva. Ogni negozio diventa un punto strategico, un luogo in cui il brand deve condensare la propria identità in modo chiaro e memorabile. La domanda di spazio fisico non scompare, si trasforma. «Entrare in uno store è e deve essere un’esperienza sociale, come prendere un caffè».

 

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NUMERO

SOPHIE HICKS, LA SCIENCE DES VOLUMES
By Clara Le Fort
Photo by Johannes Marburg
September 2016

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AN INTERVIEW WITH SOPHIE HICKS, FASHION’S ARCHITECT
Interview by Donatien Grau
Portrait by Tim Walker
November 2014

FRÄULEIN MAGAZINE

SOPHIE HICKS, WAS WÜRDE SOPHIE TUN?
By Aicha Reguieg
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April 2012

INTERIOR + DESIGN, RUSSIA

1A EARL’S COURT SQUARE
by Danila Varennikov
Photographs by Adrian Gaut, Alasdair McLellan, Annabel Elston & Sophie Hicks Architects
October 2019

SPACE MAGAZINE

POINTTWOFIVE.SECOND SEONGSU HOUSE
Edited by Park Jiyoun
Photography by Hong Kiwoong
September 2025